Erika Siffredi e Cala Cimenti

Erika Siffredi ha inviato a don Angelo questa bella intervista in cui racconta di sé, del suo amore per Cala Cimenti, per la montagna e del suo lavoro. Intervista rilasciata all’interessante rivista The Pill Magazine. La ringraziamo per la verità e la profondità dell’esperienza che ci testimonia.

Erika e Cala

Con la neve negli occhi

«La montagna: semplicemente una pienezza, quella bellezza che invade occhi e cuore.

È più quello che mi dà, nonostante io non cerchi niente».

«Ti faccio spazio dentro di me,
in questo incrocio di sguardi
che riassume milioni di attimi e di parole». (
Pablo Neruda)

Erika raccontaci la tua storia

“Sono nata e cresciuta a Rivoli. Mi sono laureata in giurisprudenza a Torino e in seguito ho fatto un periodo nel Milanese, in un ufficio del personale, un lavoro che mi piace molto. Ma mi mancavano le montagne e i milanesi non mi erano molto simpatici: corrono sempre e non si capisce dove vadano. Dove andate?! (ride, rivolgendosi a me, che sono milanese). Poi mi sono spostata nelle Langhe per aprire un negozio Decathlon e da quel momento ho fatto carriera all’interno dell’azienda, ora sono Department Manager. Mi piace, anche se sarebbe stimolante lavorare per un grande marchio outdoor più di nicchia e interessante dal punto di vista tecnico”.

Ti occupi di risorse umane per un’azienda outdoor, cosa cerchi in una/o candidata/o? Che consigli daresti alle donne che vogliono intraprendere la loro carriera in questo mondo?

“Partirei dalla passione che le anima. Se una persona è davvero entusiasta per questo mondo, se vedo quella luce negli occhi, la riconosco ed è sicuramente quella giusta. Non arrendetevi mai. Ponetevi degli obbiettivi, che siano di gran lunga superiori alle vostre possibilità. Puntate sempre in alto e ogni tanto date una gomitata, se vi passano davanti. Arrabbiatevi quando le cose non sono giuste, ma poi rialzatevi, perché tanto gli sgambetti ve li faranno comunque. E poi con onestà mettetecela tutta: è inutile che ce la raccontiamo, è un mondo di uomini”.

Quale è il valore aggiunto di una prospettiva femminile nell’outdoor?

“In cima alla piramide ci sono solo uomini: è difficile dalla base riuscire a buttarli giù. Per questo non bisogna accettare compromessi. Non si deve però neanche pensare solo al lavoro: se una donna ha il desiderio di fare carriera, e anche quello di diventare moglie e madre, può fare tutto”.

Cosa cerchi in montagna?

“Nasco come nuotatrice, e il mio ambiente principale fino all’università è stata l’acqua. Ho iniziato a scalare a dodici anni insieme a mio padre, sono una figlia d’arte. Non cerco qualcosa in particolare in montagna: mi offre semplicemente una pienezza, quella bellezza che invade occhi e cuore. Ci sto bene. È più quello che mi dà, nonostante io non cerchi niente. È questo che mi fa tornare ogni volta, nonostante il freddo, le lacrime, la fatica. Prima di conoscere Cala la mia attività preferita era l’arrampicata. Poi con lui mi si è aperto un mondo. Abbiamo fatto un po’ di alta quota: partivamo di notte, al buio, e quando capitava che mi mettessi a piangere perché avevo freddo alle mani lui mi chiedeva se volessi arrendermi, la metteva sulla sfida personale. E allora pensavo no, certo che non mi arrendo! È ovvio che voglio arrivare in cima! C’è sempre stata una sana competizione con me stessa, mai con le altre donne”.

Come hai conosciuto Cala?

“Sei anni fa stavo uscendo da una storia con un tizio che mi faceva stare male e un mio amico mi disse che voleva presentarmi uno che mi sarebbe piaciuto tantissimo: si chiama Cala Cimenti. Ho visto qualche sua foto su facebook e ho pensato: ma per carità, guarda che naso! Proprio no! Ma il mio amico ha insistito: fa un sacco di cose belle in montagna! Seguilo su facebook. Allora gli ho chiesto l’amicizia, e da quel momento Cala mi ha scritto ogni giorno, per due settimane. Poi mi ha invitata a sciare – dopo quattro giorni di neve a Pragelato era sbucato il sole – specificando però di raggiungerlo la sera… Così il giorno dopo saremmo stati più veloci. Io in realtà non mi sono fatta troppo pregare, e sono finita a mangiare dei tortellini a casa sua, senza conoscerlo… Ciao!! Colpo di fulmine”.

Cala e Erika in sosta

Sci, arrampichi, vai in bici… Quale attività preferisci?

“Sulle vie lunghe lascio il cuore ogni volta. Stare sulla punta dei piedi mi piace da morire. Scalare è davvero una danza sulle scarpette, ti permette di fare dei movimenti molto puliti, eleganti. Con Cala il fine di ogni viaggio era l’arrampicata, poteva essere l’Alpamayo – una delle più famose montagne della Cordillera Blanca, nelle Ande peruviane – così come i vulcani in Ecuador o il trekking in Nepal”.

Erika in arrampicata

Quale è stato il tuo viaggio preferito con Cala?

“In Nepal mi ha chiesto di sposarlo, sull’Alpamayo ci siamo andati in viaggio di nozze… È difficile scegliere! In Ecuador siamo stati tanto tempo ed è stato stupendo, siamo saliti su tutti vulcani e poi siamo andati alle Galapagos”.

Alpamayo

Cala Cimenti senza gli sci, nella vita di tutti i giorni, com’era?

“Uno con il quale non si poteva litigare. Sono riuscita a discuterci solo una volta. Non che non mi desse modo di arrabbiarmi, ma per lui non c’era tempo per queste cose. Ha vissuto pensando di non avere tempo e ogni momento era buono per fare festa e bersi una birra. Su questo eravamo gli opposti perché io sono più un orso. Lui invece conosceva chiunque, era l’amico di tutti. Tanti sapevano chi fosse, e anche se a volte lui non si ricordava i nomi, faceva comunque sentire tutti importanti. Amava le persone. Era preso bene, aveva sempre voglia di fare. Era proprio un figo. Aveva un carattere stupendo, si stava bene con lui”.

La montagna è stata spesso raccontata come una cosa figa – verissimo – ma forse è stato un po’ trascurato il tema della sicurezza. Dall’altra parte la frase “se fai scialpinismo te la vai a cercare” si sente ancora spesso.

Tu cosa ne pensi?

“Sono sempre andata in montagna e ho sposato un alpinista. Ho sempre saputo che la montagna può essere pericolosa e toglierti tutto. Indipendentemente da quello che fai, in cuor tuo, devi sapere che può andarti male. Lo devi accettare, altrimenti stai a casa. Il rischio zero in montagna non esiste, neanche quando si fa una passeggiata. Cala ha compiuto delle imprese eccezionali, si buttava dagli ottomila e ha fatto un sacco di sci ripido.

E poi è stato colto da una valanga su una piccola collina, in più mentre saliva: si è staccato il crostone sopra ed è crollato tutto, non se la sono tirata addosso. Bastavano cinque minuti in più o in meno. Quando sono arrivata e c’erano i soccorsi ho guardato la montagna e ho pensato che non era possibile. Ho anche chiesto conferma che li stessero cercando proprio in quella zona, mi sembrava inverosimile. Alcuni giorni Cala usciva da casa dicendomi se torno, stasera andiamo a mangiarci la pizza. Tutti gli altri giorni forse me lo sarei aspettato, ma quel giorno no. Io ero in ferie ma sarei dovuta andare con loro, poi ho avuto un contatto con una persona positiva al Coronavirus, e sono dovuta rimanere in quarantena”.

Erika Siffredi

Cosa significa per te essere la moglie di un alpinista?

“Accettare. Io so che lui in montagna era completamente sé stesso. Se gli toglievi la montagna lo rendevi triste, e se ami davvero una persona vuoi vederla felice. È ovvio che avessi paura quando andava in spedizione, o quando diceva se stasera torno, andiamo a mangiarci la pizza. Tutte le volte che tornava però era così contento, così pieno di bellezza. Aveva gli occhi pieni di neve, e mi diceva: ti sto portando la neve. E cosa vuoi dirgli a uno così, di non andare in montagna? È vero che sono stati solo sei anni, però non avrei voluto un solo giorno diverso. Va bene così, io sono demolita, ma per lui sono contenta”.

Walter Bonatti diceva: “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi”, tu come la vedi?

“Sono d’accordo. L’umanità è portata alla ricerca della bellezza, e per riuscire a saziare questo desiderio sale le sue montagne. Ognuno poi spiritualmente la vive a suo modo. Ma quando lo vedevo arrivare a casa, veramente aveva la neve negli occhi. Cosa stesse cercando non lo so, ma dalle sue spedizioni portava un’energia che non avevo mai trovato in nessun altro uomo”.

Che spirito era Cala?

“Era laureato in lettere e filosofia, ed era una persona molto spiritosa. Buttava sempre tutto sul ridere, ma secondo me spesso andava in montagna per trovare pace alle sue inquietudini. Era un irrequieto. Con le persone era sempre preso bene: anche quando gli facevano un torto non si arrabbiava mai. Ma con sé stesso non aveva tempo. Ha perso il papà quando aveva trent’anni: erano molto legati, lui era la persona che lo portava in montagna, e che gli ha tramandato l’amore per i viaggi. Cala ha sempre avuto questo desiderio di vivere al meglio. Cose normali per qualsiasi coppia, come fare un trasloco, con lui erano impossibili: pensava fossero una perdita di tempo. Tutto quello che lo distoglieva dalla montagna, dalle spedizioni, dal parapendio, dalla bici, sembrava non avere senso”.

Per te e per voi però il tempo lo trovava?

“Sì, anche se avevamo fatto molti compromessi. Quattro giorni alla settimana, mentre io lavoravo, faceva quello che voleva, mentre due giorni e mezzo me li dedicava completamente. E quando eravamo insieme, lui c’era davvero, al cento per cento, totalmente e pienamente. Nei miei giorni liberi organizzava solo cose che potessero piacere a entrambi e si riservava il tempo solo per noi”.

C’è un’avventura insieme a Cala che vuoi ricordare?

“In sei anni non siamo stati a casa un weekend. Mai. Prendevamo il furgone e andavamo al mare o in montagna. Facevamo un viaggio all’anno dall’altra parte del mondo, poi tanti micro giri: una settimana in Marocco, un’altra in Corsica… Finché c’era un briciolo di neve si sciava, e appena arrivava la primavera iniziavamo a scalare. L’ultimo viaggio è stato il giro della Sicilia in bici: lui si è portato un carrello dove teneva il parapendio e tutta l’attrezzatura per scalare. Mi ha fatto fare Catania-Etna in bici super carica, con un caldo incredibile! Indimenticabile”.

Erika e Cala con il loro camper

Quando Cala ti ha veramente sorpresa?

“Quando mi ha chiesto di sposarlo. Me l’aveva già chiesto e gli avevo detto di no. La prima volta me l’ha chiesto una sera sul divano, e gli ho detto ma sei scemo? No! E sono andata a farmi una doccia per lavare via i pensieri, lasciandolo lì. Ma lui insisteva nel parlare di matrimonio e io gli chiedevo perché mai avremmo dovuto sposarci. Perché dobbiamo fare le cose grandi, mi rispondeva. La seconda volta eravamo a 5.800 metri, stavamo facendo un trekking in Nepal, e si è inginocchiato, con tutte le bandierine nepalesi intorno, e mi ha regalato una collana. Era un posto davvero meraviglioso, da togliere il fiato: si vedevano diversi ottomila, e un lago poco sotto.

Matrimonio di Erika e Cala

Io non mi faccio avvicinare tanto dalle persone, per difendermi: ho sempre avuto paura che qualcuno potesse ferirmi. Ma lui riusciva a tirar fuori la dolcezza, le cose belle. Così gli ho risposto: sì, però giurami che non mi farai mai uno sgambetto”.

About author

Roberto Gardino

Sono un insegnante di Educazione Fisica, appassionato di montagna, sempre alla scoperta di nuove mete. Ho fondato, con amici, la Compagnia della Cima. Sono attento all'educazione dei giovani, andando spesso in montagna con gruppi numerosi.

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