Dino Buzzati ricorda Ettore Zapparoli

Dopo la morte di Ettore Zapparoli, musicista/scrittore/alpinista il suo amico, lo scrittore Dino Buzzati, il 1° settembre 1951 lo ricorda sulle pagine del Corriere della Sera. Zapparoli perse la vita sulla Parete Est del Monte Rosa appunto nel 1951, ma solo nell’estate del 2007, sulla morena del ghiacciaio sopra Macugnaga, furono rinvenuti alcuni resti umani. Tra questi un un fine fazzoletto ricamato ed un maglione che fecero subito pensare a lui, la conferma venne dall’analisi del Dna.

Tra le sue prime ascensioni si ricorda la “cresta del Poeta” alla Nordend nel 1948, famose sono state le sue conferenze alpinistiche, le sue parole erano accompagnate dalla proiezione di immagini fotografiche ed addirittura esecuzioni al pianoforte.

Dino Buzzati ricorda Ettore Zapparoli

Ricordo di Dino Buzzati

Benché io non sia mai stato là, lo vedo uscire dal rifugio Marinelli alla luce della luna e allontanarsi attraverso le rocce e poi sulla fosforescente neve, tric tric si ode il suono ritmico della sua picozza sulle pietre, tric tric e sempre più lontano e poi silenzio, lontano la sua sagoma scura tra i ghiacci, dritta, viva, fin troppo romantica, con la eleganza rigorosa di chi parte per l’eternità. (Era stato da me pochi giorni prima. Mi aveva detto di essere rimasto due giorni bloccato dal maltempo nel rifugio Resegotti. «E che cosa facevi?» Rise. «Niente, ascoltavo la musica del vento che fischiava contro i tiranti di metallo… come violini, suumm, suumm, facevano… Wagner, ricordi?»)

Così lo vedo farsi via via più piccolo e vago nel pallore della notte. Ma a questo punto, per quanto io sforzi la immaginazione, non riesco a vederlo scomparire. È sempre là che manovra con la picca, e un passo dopo l’altro, si addentra nello sterminato labirinto con attaccata la sua sottile ombra sghemba rovesciata in già lungo lo sdrucciolo. È separato ormai senza remissione da noi, dalle calde stanze, dagli amici seduti in circolo la sera, dalle lampadine accese sui leggii dei principeschi pianoforti neri. Di là della frontiera, irraggiungibile, che non si volta neanche se urliamo, e mai si ferma.

Eppure, per quanto egli si allontani spaventosamente, io continuo a vederlo là, solo, che lotta in mezzo ai ruderi fantomatici delle sue vitree cattedrali. E benché io non ci sia stato, vedo pure la grande parete est del Monte Rosa, suo regno, non bella nel solito senso del vocabolo, bensì consegnata in un disordine selvaggio, scena sconvolta di sfatte rupi, tragiche macerie di ghiacci scaraventate giù, canali fradici che si intersecano tra i massi pericolanti, disgregazione delle cose, dove egli scorgeva le architetture della poesia, navate, cripte, pilastri, statue di moloc, giardini pensili, nicchie, colombari, cortiletti, capriate, cupole, zampe di leone, scalee, veneri bianche addormentate. Ma dovrebbe esserci qui lui a spiegarcelo, con i suoi stupefacenti paragoni.

Costiera del Corno Nero, Ludwiscohe e Parrot.

Un uomo di ormai cinquant’anni se ne va incontro alla sorte

senza compagni, senza che nessuno lo sappia, come un ragazzo che fugga da casa. È un musicista, uno scrittore. Dicono che da giovane, quando scendeva dalle cime, sembrasse un biondo arcangelo. Qualcosa di vagamente angelico, di candido, è rimasto. Alto, asciutto, la bella faccia forte e buona, una eleganza naturale di stile britannico, si può dire ancora un giovanotto. Ma giovanotto fino a quando? Stupiva in Ettore Zapparoli quella freschezza continua di speranze e di progetti, come se la vita dovesse sempre cominciare. In questo senso era veramente giovanissimo.

Lapide di Ettore Zapparoli

Come artista non era mai stato fortunato

Un suo balletto, Enrosadira, aveva raggiunto la porta della Scala, era già stato annunciato in cartellone. Poi erano venute già le bombe, non se n’era più parlato. Ma proprio quella sua natura aperta all’avvenire compensava in certo modo la sfortuna. Con tutte quelle idee, quell’entusiasmo, per forza avrebbe dovuto fare strada. Gli accadeva però di incontrare gli amici della stessa età che avevano ormai posizioni solide, collaudata fama, moglie, figli già al liceo, segretaria, villa, automobile. Mentre lui si trovava quasi alla partenza; ed era solo. Ma, dolcissimo di animo, incapace di invida, gentiluomo per istinto, non se ne crucciava affatto; o per lo meno dissimulava la tristezza con un pudore straordinario. Lo consideravamo l’Artista, il fuori regola, il bohémien, un Peter Pan adulto, un personaggio ottocentesco nato col ritardo di un secolo. Di qui un’impossibilità di innestarsi nella così detta vita. Di qui anche una dispersione del talento in troppi diversi tentativi.

Con lui la gente stava con gioia

perché era una persona geniale, schietta, umana, e parlava della musica e della montagna come nessuno, con straordinarie immagini, aggettivi, onomatopee, incantevoli nel loro barocchismo perché assolutamente sincere e originali. Ma soprattutto bisognava che narrasse le sue scalate solitarie, i bivacchi sopra i tremila, le tempeste; qui era il meglio di lui, le parole per quanto insolite e bizzarre suonavano di assoluta verità; e infatti nei suoi romanzi Blu Nord e Il silenzio ha le mani aperte, le parti più belle sono quelle di montagna.

Di fronte allo spettacolo del Monte Rosa

Gli amici gli volevano bene

ma poi, dopo la lunga chiacchierata, ciascuno se ne tornava ai fatti suoi e alla sua casa. E Zapparoli l’artista, il bohémien, andava solo per le vie deserte, rimuginando le speranze del domani. Sì, il meglio doveva ancora cominciare. Ma cinquant’anni son tanti. E viene il giorno in cui all’improvviso si misura la strada che rimane: ieri sembrava senza fine; ahimè come si è fatta corta, e stretta, e malagevole, e intorno non più foreste e ninfe ma cespugli secchi e all’orizzonte il polverone della steppa. Viene il giorno in cui l’animo giovane non basta perché la pelle si rattrappisce un poco, sulla faccia dell’arcangelo si scavano le rughe e intorno incalza una torma di ragazzi famelici mai visti. E allora nasce il dubbio che la grande storia, la quale doveva cominciare, non comincerà più, e che il tempo buono sia finito.

Ma gli restava la montagna

Molto più degli uomini la montagna era stata buona con lui; lassù Zapparoli aveva trovato gioie autentiche e perfino un riverbero di gloria. Ed egli le era grato, la avvicinava con rispetto e amore, non la attaccava a vanvera, ma dopo lunghi studi e tentativi; e si allenava con commovente scrupolo, al punto da fare in primavera lunghe camminate con il sacco carico di pietre. Certo, senza una buona investitura di fortuna, nessuno sarebbe mai riuscito a fare imprese come le sue, giochi di azzardo temerari su per orrendi paretoni in sfacelo mitragliati da sassi e slavine.

Punta Gnifetti

A questo punto, mentre scrivo, vengono i rimorsi; di non essere stato più gentile con lui l’ultima volta che è venuto a trovarmi in redazione, di avergli detto crudelmente che un suo certo racconto non andava, di non aver avuto più umiltà e pazienza con lui che ne aveva tanta, di non aver saputo capirlo meglio quando per dignità taceva ciò che lo rodeva dentro, di scriver qui oggi cose che a lui dispiaceranno. Sono tuttavia sicuro che, mansueto e indulgente com’era, se egli fosse qui e leggesse queste righe – e chi può escluderlo? che ne sappiamo in fondo noi? – lui sorriderebbe, giurandoci che tutto è vero anche se non lo è, per non farci dispiacere.

Un uomo di cinquant’anni che comincia a sentire il peso della vita

esce dunque di notte dal rifugio, e va incontro all’avventura. Sotto la grande luna, la parete grandeggia tra trasognate risonanze di crolli lontani. L’artista sfortunato e stanco torna all’unica creatura che, dopo il padre e la madre, sia stata buona con lui. Può darsi che poco fa, al rifugio, prima di partire, sdraiato in cuccetta, egli abbia a lungo fantasticato sullo squallido domani. Forse egli si vide non più giovanotto, non più Peter Pan, ma ormai esile vecchietto, senza più i genitori ch’erano le sue radici, con tutto o quasi da cominciare ancora, solo, per le piovose strade di Milano, nel più sconsolato avvilimento, e le montagne distanti, inaccessibili. Forse si vide girare di qua e di là offrendo i suoi lavori letterari o musicali che probabilmente avevano bisogno di tempi più agevoli e quieti, proclivi all’arte, di gente raffinata; o battere alle porte dei giornali, degli editori, dei teatri, dei vecchi amici che hanno altro per la testa, degli amici distratti ed egoisti come me. Forse intravide questo malinconico tramonto di un pomeriggio che non c’era neanche stato. E intanto il frastuono di un mondo avido e straniero che non sapeva che farsene di lui.

La montagna sarebbe stata generosa anche stavolta?

Sebbene a dirlo sembri infame, io mi domando se la grande parete non sia stata buona veramente. «Zapparoli, Zapparoli!» Noi gridiamo, facendo portavoce delle mani, ai ghiacciai che non rispondono; «Zapparoli, perché non torni?». Ma in fondo, non siamo degli ipocriti? Che avremmo da offrirgli, se tornasse? Così invece egli è rimasto intatto, preservato nella sua sagoma di arcangelo, tratto via in una specie di trionfo, mentre il vento, le pietre, le nevi, le acque, i ghiacci suonano le sinfonie che’egli avrebbe voluto scrivere. E io lo vedo ancora là, che manovra con la picca, tremendamente sprovveduto.

Dino Buzzati Corriere della Sera, 1° settembre 1951.

About author

Roberto Gardino

Sono un insegnante di Educazione Fisica, appassionato di montagna, sempre alla scoperta di nuove mete. Ho fondato, con amici, la Compagnia della Cima. Sono attento all'educazione dei giovani, andando spesso in montagna con gruppi numerosi.

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