Dare tutto

Dare tutto di Paola Ronconi su Tracce, giugno 2004.

Gelsomina e Silvana, suore della Carità dell’Assunzione, raccontano la loro prima vacanza di GS con don Giussani al Passo di Costalunga, sulle Dolomiti. Era il 1961

Milano. Via Martinengo, traversa di piazzale Corvetto. Convento delle suore di Carità dell’Assunzione. Proprio qui, dal ’65 e per tanti anni, fu l’abitazione di don Giussani.
In uno dei locali del convento incontriamo suor Gelsomina e suor Silvana. Nei primi anni ’60 erano compagne di banco al liceo Berchet e alunne di don Giussani. Il fascino che da quell’uomo sprigionava durante le ore di lezione le aveva portate a far parte dei ragazzi che lo seguivano e, nell’estate del ’61, ad accettare la proposta di una settimana in montagna.
« Andammo al Passo di Costalunga, in Trentino – racconta Gelsomina -. Un gruppo, tra cui io, era alloggiato più sotto, a Vallonga, perché tutti in albergo non ci stavamo. Il livello della vacanza era altissimo. La caratteristica nell’incontro col Gius era che a casa come in vacanza ci veniva chiesto di dare tutto». E come potevano ragazzi di 15-16 anni dare tutto? «Non c’era un minuto vuoto di significato – riprende Gelsomina -. Si iniziava la mattina presto con la recita di Prima (oggi si chiamano Lodi; ndr), poi la messa. Un giorno sì e uno no, la gita. I primi giorni camminate più facili, poi le più faticose. In gita, si procedeva in fila indiana, tenendo tutti lo stesso passo, in un silenzio carico di rapporto tra noi e quello che avevamo intorno: “La bellezza delle montagne è segno – diceva don Giussani -, tutta la realtà è segno. Per questo si sta in silenzio, camminando”».
Nei pezzi più difficili i più esperti aiutavano gli altri; i più scalcagnati dovevano stare davanti. «Ricordo una volta che un gruppetto era rimasto indietro esausto: a Pigi Bernareggi venne in mente di dare il passo col fischio, e riuscì a portarli in cima per primi, senza tirarli o sostenerli fisicamente, semplicemente dando loro il ritmo del respiro».
E una volta arrivati, si cantava. «Quelle parole erano piene – spiega Gelsomina -, non c’erano chiose: a una parola corrispondeva una realtà, un’esperienza. Destino. Compagnia. Libertà. Le parole potevamo capirle di più o di meno, ma non erano un’eco vaga di stati d’animo o ragionamenti. Allora, quando cantavamo, le parole dei canti avevano un peso. Me ne vengono in mente tantissimi: si usavano molto i salmi, era il tempo di Gélineau [gesuita che nel 1953 creò una salmodia in francese sulla Bibbia di Gerusalemme; ndr]». Silvana: «Quando cantavamo: “La mia lingua si attacchi al mio palato se di te mi scorderò”, noi lo vivevamo proprio come una questione di vita o di morte. L’esperienza era spiegata dal salmo». E ancora: «La ceseta de Transaqua – interrompe Gelsomina – era l’amore all’ideale, ciò per cui valeva la pena il sacrificio. L’Inno delle scolte di Assisi era il destino, il popolo, lo scopo per cui stavamo insieme, il vegliare sulla città. E noi capivamo che eravamo mandati al mondo, avevamo la stessa responsabilità di quel popolo che aveva scritto l’inno. Tutto, tutto giudicava la nostra vita».

Dal momento che il leit motiv di don Giussani era “non sprecare tempo”, anche i trasferimenti in pullman erano utilissimi: «In quei momenti parlavamo ad esempio dei nostri compagni di scuola: “Quello lì è “aperto”, fategli la proposta di venire con noi”, ci diceva. Oppure parlavamo dei professori e della loro ostilità alla Chiesa. E noi, nei sedili, uno seduto sull’altro per non perdere nemmeno una parola di don Giussani. Il crescere della familiarità faceva crescere il senso della grandezza in cui eravamo posti, del Mistero; il crescere del senso del Mistero faceva crescere la familiarità col Gius. Entrava dentro le cose, niente rimaneva fuori. Ho in mente la dolcezza immensa di quei momenti». «… e un’attenzione, una compagnia che arrivava al particolare – riprende Silvana -. Come quella volta in cui, durante una gita invernale sulla neve, uno ruppe gli sci che aveva noleggiato. Non aveva i soldi per ripagarli. Li pagò don Giussani, coi suoi soldi, non con quelli del fondo comune!».

Gite, gioconi e la sera, dopo cena, i famosi frizzi. Oppure: «L’anno prima, ad Alba di Canazei, un po’ per sera don Giussani ci lesse tutto L’Annuncio a Maria – dice Silvana -. Pendevamo dalle sue labbra: attraverso quelle pagine ci spiegava la nostra vita».
Dopo la serata, a una certa ora, il silenzio. Ed era sacro: «Don Giussani ci perdonava qualunque cosa, ma non tollerava che sciupassimo un’esperienza di bellezza e di sequela», spiega Gelsomina.

Queste erano in montagna le vacanze insieme, ma al termine di quei giorni, la cosa non era finita:  «I libri – dice  Gelsomina -: c’era un elenco di libri consigliati per le vacanze, e tra questi, ogni anno, uno in particolare, di cui fare una scheda da mandare in sede. Ricordo Saggezza greca e paradosso cristiano di Moeller, La lettura cristiana della Bibbia di Celestino Charlier. “Se non lo fate – dicevano i più grandi -, rischiate di non venire a Varigotti di settembre [cinque giorni di convivenza prima dell’inizio della scuola, detti Settimana Studenti; ndr]! La cosa non  capitò mai a nessuno, ma noi la scheda la facevamo». E i compiti per le vacanze non erano finiti. Silvana: «Ci diceva di scrivere agli amici e ai compagni,  come attenzione missionaria per tenere i rapporti e per non perdere l’esperienza vissuta durante l’anno. Per me era una fatica immane, ma lo facevo; addirittura mi ero presa l’impegno di scrivere una lettera al giorno!». E  ancora: «La recita quotidiana delle Ore e il ritrovarsi nei luoghi di vacanza. E non ci pensavi neanche di andare in un posto e non cercare qualcuno della comunità!».

Ecco cosa era quel “dare tutto”. «Quella famosa frase di santa Caterina (“Non accontentatevi delle cose piccole. Egli, Iddio, le vuole grandi”) ci accompagnava, Giussani ci ha fatto vivere fin da allora con questa grandezza».
Chissà se, dopo quasi cinquant’anni, saremo capaci di vivere i mesi estivi a questo livello. Ma una cosa è certa: quel fascino è incontrabile ancora oggi.

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