Intervista a Michele Cucchi

Morti sul Rosa. L’opinione e i consigli di Michele Cucchi

Da montagna.tv, intervista di Francesca Cortinovis

Abbiamo chiesto a Michele Cucchi, guida alpina di Alagna e soccorritore di grande esperienza, un’opinione sugli incidenti che hanno causato sei vittime negli ultimi giorni nell’area del Monte Rosa.

Eri al Colle Gnifetti quando sono morti i tre svizzeri, ci puoi raccontare come è andata?

Non ho visto la scena, ma sono arrivato pochi minuti dopo. Da quello che hanno raccontato gli svizzeri e al rifugio Margherita, sono partiti dal rifugio Gnifetti poco prima di noi, quel giorno eravamo su in quattro/cinque guide che lavoravamo, e sono arrivati al Col Gnifetti. La traccia normale passa molto vicino alla linea dello strapiombo della cresta, loro sono arrivati lì molto presto, era ancora buio, erano circa le 6.20, divisi in una cordata da due e due cordate da tre. Due membri di una delle cordate da tre erano fuori a sbalzo e la cresta è andata giù, la terza persona è stata trascinata con loro. Le altre due cordate erano molto vicine; sono rientrate alla capanna Margherita ed hanno dato l’allarme chiedendo aiuto.

Il primo elicottero disponibile a quell’ora è l’elicottero di Aosta, che è decollato immediatamente. Io e l’altra guida di Alagna a quel punto eravamo al Col Gnifetti, sulla cornice. L’elicottero ha fatto un sorvolo in cerca di superstiti, vedendo solo poche cose che affioravano, ed ha preso il punto GPS rendendosi immediatamente conto della violenza dell’evento.

Sono poi andati a portare giù dalla Margherita i compagni che erano in evidente stato di shock, i quali sono stati fatti scendere a Gressoney, dove avevano le vetture, per essere presi in carico dai carabinieri. Alle 8.00 è venuto su l’elicottero di Borgosesia, che è andato a Macugnaga, da dove è partito per un secondo sorvolo: anche in questo caso erano visibili dei semplici oggetti affioranti. Era chiaro che lo scenario si era modificato a causa di successivi crolli di neve, ghiaccio e rocce. Il luogo di ricerca è un postaccio, sul Monte Rosa è forse il posto più brutto dove si può andare a finire: la est in estate è un campo minato, un posto estremamente pericoloso. Dopo la ricognizione, dalla stazione del soccorso alpino di Macugnaga hanno deciso di non portare delle persone in parete e sganciarle dall’elicottero, perché era veramente pericoloso e perché non c’era visibilmente niente da recuperare. Approssimativamente la caduta che hanno fatto gli alpinisti è tra gli 800 e 1000 metri con tutto il materiale nevoso e roccioso. È stato un evento molto grosso perché nella parete est c’era un chiarissimo segno di una valanga innescata dal crollo della cornice. Dalla foto della cresta, si può vedere che il crollo è molto vicino alla traccia normale, un evento molto importante: sarà una trentina di metri di lunghezza per una larghezza di 6/7 metri.

Negli ultimi giorni solo nel gruppo del Monte Rosa ci sono state sei vittime, tutti alpinisti. Basta il caldo a spiegare gli incidenti di questi giorni?

Nell’incidente della cornice è evidente che il caldo di questi giorni ha giocato un ruolo: quella cornice è esposta a sud est e prende sole quasi tutto il giorno. L’altro giorno nel primo pomeriggio ho registrato dal termometro dell’elicottero, durante il soccorso alla Signal, a 4400 metri, una temperatura di +5 gradi. È chiaro che delle temperature così hanno di certo giocato un ruolo, ma secondo la mia esperienza non così fondamentale. È certamente parte della causa, ma non è solamente quello.  Per quello che conosco io, in parte possiamo dire che è stata una fatalità: erano al momento sbagliato nel posto sbagliato.

Certo, temperature così alte sicuramente fanno fondere più neve in profondità, non sullo strato superficiale. Al mattino, quando siamo usciti dalla capanna Gnifetti alle 4.40 la neve era assolutamente dura, non siamo partiti con il disgelo: si cammina benissimo in alta quota in questi giorni, a 4000 metri, veramente bene, ci sono delle belle condizioni in alto. È chiaro che nelle parti basse dei ghiacciai, dove finiscono a sud delle Alpi, c’è uno scioglimento in alto veramente importante, c’è un sacco di acqua che corre.

Pensi che alla base possa esserci una scarsa capacità di valutazione delle condizioni della montagna da parte degli alpinisti?

Dal mio punto di vista esterno direi di no, c’è invece una parte di fatalità. È purtroppo altrettanto vero, e per una persona come me fa molto male dirlo, che quando tu scendi da una escursione a Punta Dufour alle 2 del pomeriggio in una giornata torrida, come quella dell’altro ieri, vedi ancora gente slegata, da sola che va verso la Capanna Margherita. Da questo si capisce che il messaggio culturale non è proprio passato: se io guardo le previsioni del meteo e vedo che lo zero termico è a 4500 metri non è che non vado alla Capanna Margherita, ma ci vado alle 4.30 del mattino ed a mezzogiorno sono a mangiare ad un rifugio e poi vado a casa. È una cosa che non passa, purtroppo questa gente la si vede tutti i giorni in giro. E quelle sono le persone fortunate.

Hai visto le foto pubblicate dal Guida Alpina valdostana Gianluca Ippolito dei turisti in jeans e scarponcini sul ghiacciaio dei Gigante?

Si l’ho visto. Fa capire che la gente con la testa molto spesso non c’è. Vado in cima alla Skyway, arrivo al rifugio Torino, che è un’esperienza bellissima per il nucleo famigliare, e vedo un panorama incredibile, ma non riesco a capire che devo stare in stazione. Quindi con i jeans, lo zainetto e la morosa vado al Colle Flambeaux, dove noi che ci lavoriamo sappiamo benissimo che ci sono dei buchi che se ti ci infili dentro, vanno fatti gli auguri a chi deve andare a fare soccorso.

L’altro giorno le autorità francesi hanno diramato un allarme per pericolosità della via normale del Monte Bianco a causa delle temperature alte, predisponendo la gendarmeria alla Tête Rousse, per informare gli alpinisti dei rischi. Può essere un buon metodo di prevenzione?

Io sono contrario alle imposizioni: la libertà è una cosa sacra che va difesa. Il primo passaggio è culturale: bisogna essere sufficientemente intelligenti per non portare la morosa con i jeans e lo zainetto al Colle Flambeaux. Questa è cultura, è un lavoro di anni ed a volte di decenni.

Il secondo passaggio è l’informazione: dove ci sono dei mezzi di trasporto così facili da utilizzare, vedi Courmayeur, coloro che lavorano all’interno dei sistemi di trasporto devono avere una prassi consolidata di informazione quando vedono delle persone “fuori posto”, come la famiglia con i sandali che l’altro ieri è andata a Punta Indren, dove non c’è nemmeno il bar per bere un cappuccino, c’è solo il ghiacciaio. Almeno Courmayeur esci dalla “Skyway” e puoi davvero andare con i sandali a mangiare un piatto di pasta, perché è bellissimo, ci andrei anche io con mia figlia.

Il problema è quando non si leggono i cartelli…

Esatto. Ci sono in giro tanti di quei cartelli che la gente non li legge. La comunicazione che funziona veramente è quella verbale: io vado a comprare un biglietto e qualcuno alle casse dovrebbe dirmi che a Punta Indren sei a 3300 metri e c’è il ghiacciaio. Banalmente, se la cassiera non mi vede con zaino, imbragatura e piccozza capisce che sono un turista, non un alpinista, quindi il sistema di informazione verbale dovrebbe avvisami che quando esco dalla stazione c’è il ghiacciaio; come nel caso della Skyway quando lasci l’ultimo scalino della Punta Helbronner: sei sul ghiacciaio e se metti giù il sedere perché hai i sandali, vai giù finché ti fermi.

Il terzo passaggio è per le situazioni eccezionali o particolari: a me non dispiace, nemmeno da Guida Alpina, trovarmi un gendarme che mi controlla se sono davvero una Guida Alpina e che mi avverte che c’è lo zero termico a 4800 metri, o che nel canale per arrivare al Goûter continuano a venire giù sassi. Poi sono ancora libero di decidere se andare, se accollarmi il rischio, la libertà è tutelata, ma c’è qualcuno che mette sul chi va là. In casi di forte pericolo valanga, parliamo di rischio 4, a me non dispiace nemmeno da professionista trovare fuori dalla stazione qualcuno in divisa, qualsiasi divisa purché sia dello Stato, che mi avvisi in situazioni di una certa rilevanza e pericolosità. Secondo me non è sbagliato.

Ma è attuabile? O lo è solamente in vie specifiche con grande affluenza?

È attuabile laddove ci sono degli inevitabili imbuti di passaggio, come la Tête Rousse, Punta Helbronner, gli impianti della Marmolada, posti dove per forza si passa da lì.

Che consigli puoi dare a chi è in partenza questi giorni per un’ascensione?

Numero uno: guardare le previsioni del tempo e le condizioni generali.

Numero due: molto più importante, parlare direttamente con qualcuno che è sul posto: l’ufficio informazioni, l’ufficio delle guide, gli impianti. Non guardare i blog, che è una cosa pericolosissima: un bravo alpinista può scrivere sul proprio blog che sulla cresta Signal ci sono condizioni eccezionali, ma non tutti possono essere bravi come lui. Bisogna fare un’attenzione estrema ad andare a leggere sui blog, perché chiunque scrive qualsiasi cosa. Se si telefona invece all’ufficio delle guide, all’ufficio informazioni, alla società degli impianti la gente che risponde prima di tutto sta facendo il suo lavoro, inoltre si deve assumere la responsabilità di quello che dice. Questo costringe anche gli operatori a tenersi molto aggiornati sulle condizioni che continuano a cambiare, quasi ogni giorno, e ad essere molto professionali e responsabili delle informazioni che danno. Bisogna però anche allontanare il terrorismo, perché dopo sciagure di questa portata nessuno vuole più andare in certi posti, come la Capanna Margherita, perché ci sono degli incidenti, ma gli incidenti purtroppo sono sempre successi e continueranno a succedere, ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ogni singola situazione ha la sua storia, bisogna capire cosa è successo invece di dire che è pericoloso. Perché lo sappiamo tutti che la montagna è pericolosa in ogni caso, tutti i giorni, dipende da come noi scegliamo di affrontarla.

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Roberto Gardino

Sono un insegnante di Educazione Fisica, appassionato di montagna, sempre alla scoperta di nuove mete. Ho fondato, con amici, la Compagnia della Cima. Sono attento all'educazione dei giovani, andando spesso in montagna con gruppi numerosi.

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